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L’Amico libro di Milena Privitera. “Vento scomposto”: romanzo ricco di spunti di riflessione ma avvincente come un thriller

21 agosto 2010

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Un buon libro fa apparire quello che senza quel libro forse non sarebbe mai stato visto (Robert Bresson).

Forte della sua esperienza come avvocato dei minori e come giudice che si dedica alle grandi sacche del disagio sociale di Londra, Simonetta Agnello Hornby, di origini siciliane, con “Vento scomposto”, ci regala un romanzo giudiziario ricco di spunti di riflessione ma avvincente come un thriller. Un’indagine che si snoda all’interno della middle class londinese, in una famiglia apparentemente normale che però a un certo punto inciampa in una norma giuridica pensata per tutelare il minore, ma che ha finito, nella prassi giudiziaria, per penalizzare proprio le persone che avrebbe dovuto tutelare. Si tratta del Children’s Act del 1989, una legge ammirata in tutto il mondo e spesso imitata, secondo cui un minore che subisca degli abusi ha diritto alla nomina di un avvocato a spese dello Stato, proprio come un adulto. Un sistema pensato per elevare i livelli di tutela riservata ai bambini, ma che ha finito per creare una burocrazia elefantiaca e macchinosa, fatta di assistenti sociali demotivati, cinici avvocati e psicologi incompetenti. Romanzo decisamente diverso dai precedenti (“Boccamurata”, “La zia marchesa” e “La Mennulara”), “Vento scomposto” è la storia della famiglia Pitt, trasferita da poco nell’elegante quartiere Kensington di Londra. Mike, il capo famiglia, lavora nella City come merchant banker, Jenny, la madre, è consulente di una prestigiosa catena di negozi, Amy e Lucy, sono le loro due piccole figlie. Una famiglia borghese, benestante, “normale”. E tuttavia qualcosa comincia a non funzionare quando la maestra della piccola Lucy legge nei disegni della bambina turbamento e disagio. Sembrerebbe soltanto una seccatura, invece per Mike Pitt è l’inizio di un incubo. Per uscire dal labirinto di accuse che lo mettono con le spalle al muro si rivolge a Steve Booth, avvocato specializzato in diritto di famiglia abituato a confrontarsi con la clientela disagiata e multi-etnica di Brixton. Mentre Jenny continua a ripetere che “Lucy sta bene, Lucy sta bene” e crede fermamente nell’innocenza del marito (cosa che esaspera il clima di sospetto e l’ostilità dei servizi sociali), Steve Booth e il suo studio devono muoversi in una ragnatela di accuse che si infittisce di giorno in giorno, in un gioco sempre più paradossale di ambiguità e ossessioni.
Nella nota la Hornby ci parla di come, dopo venti anni dall’attuazione dei Children’s Acts, le inchieste pubbliche su tragedie causate dall’inefficienza dei servizi sociali, dovute al pesante intervento dello stato sugli organismi di controllo, all’assunzione da parte degli organici dei servizi sociali di personale di agenzie o proveniente dall’estero, inesperto e al ricorso di perizie di psichiatri infantili in situazione che nulla hanno a che fare con la malattia mentale di un minore, hanno sconvolto il pubblico inglese. Inevitabile dopo aver letto il libro la riflessione che troppo spesso il confine tra verità giuridica e realtà sia spesso labile e di complessa individuazione. Di tutto ciò ne fanno le spese naturalmente le vittime: i bimbi e gli adulti se innocenti. Alla fine in questo romanzo la verità verrà a galla: ma a quale prezzo? Il dubbio rimane e se la prossima volta non ci fosse nemmeno un finale che scagioni gli innocenti?
Milena Privitera


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