Grazie a Leonardo Sciascia e alla casa editrice Sellerio, oggi conosciamo una scrittrice siciliana sensibile ed emozionante come Maria Messina (1887-1944). Scrittrice amata da Verga, e recensita da Borgese, Maria Messina è passata inosservata per oltre mezzo secolo. Tra i suoi romanzi “La casa del vicolo”, edito da Treves nel 1921 e ripubblicato da Sellerio nel 1982, proprio l’edizione che ho riletto volentieri dopo trent’anni in questi giorni, ha catalizzato l’attenzione del pubblico e della critica. Il romanzo si svolge all’interno delle quattro mura di casa in un’atmosfera claustrofobica, protagoniste le due sorelle Restivo, Antonietta e Nicolina, figlie del segretario comunale di Sant’Agata di Militello. Antonietta sposa Don Lucio Carmine, un usuraio che aveva prestato dei soldi al padre salvandolo da alcuni commerci sbagliati, intrapresi per fare la dote alle figlie. Antonietta lascia così la casa in campagna, dove viveva con i genitori e si trasferisce in un grande appartamento in città, chiede di poter portare con sé, solo per un periodo, la sorella minore Nicolina. Nicolina di fatto non lascerà più la casa del cognato e per tutta la vita servirà Don Lucio (anche nelle richieste più intime); accudirà i tre figli della sorella (Alessio, Carmelina e Agatina) e assisterà al suicidio del nipote Alessio, l’unico nel romanzo ad arrivare alla piena coscienza di sé e a dimostrare al padre la sua autonomia. Maria Messina fa un ritratto della vita abitudinaria della donna della borghesia siciliana ai primi del novecento: Antonietta, madre e moglie devota, e Nicolina, sorella, cognata, zia, rimasta zitella per sacrificarsi alla famiglia, sono due donne che non hanno svaghi, non hanno riposo, non possono e devono pensare per un solo attimo a se stesse, la loro unica occupazione è la pulizia della casa, il cucito, lo stirare, la preparazione dei pasti e persino il lavare, pettinare, massaggiare e vestire il marito, cognato, padre, padrone di casa. In un clima ogni giorno che passa sempre più litigioso, le due sorelle invecchiano, chiuse in una “gabbia di ferro”, succube del sadico dominio del marito-cognato, che presto le trasformerà in nemiche acerrime. Antonietta e Nicolina riversano tutto il loro immenso e solitario amore in maniera soffocante sui tre figli-nipoti. Le due protagoniste di “La casa nel vicolo”, come altre figure femminili descritte dall’autrice, sono delle “vinte”; delle donne sottomesse alle regole della tradizione siciliana che le ritiene incapaci, senza alcuna qualità; paralizzate dal loro triste destino, schiave di una struttura sociale patriarcale e di una vita costruita soprattutto sul senso dell’onore. L’autrice sembra immedesimarsi nelle storie raccontate, paralizzata lei stessa da una terribile malattia, la sclerosi multipla, che la privò della sua unica via di fuga: la scrittura. Poetiche le pagine della gita al mare di Alessio, le due sorelline, la zia e la mamma, senza la figura opprimente e onnipresente di Don Lucio, una giornata fuori, all’aperto, simbolo stesso dell’accettazione della vita al contrario della casa metafora della rinuncia a essa, luogo di grande solitudine, dove ognuno “estraneo, indifferente a quelli che respirano la stessa aria e tagliano lo stesso pane, vive nello stesso albergo senza conoscersi”.
Milena Privitera




