Taormina. Da Padre Salvatore Sinitò, parroco della città, riceviamo e pubblichiamo: “Alla fine di un anno pastorale, mentre avvertiamo la fatica del cammino percorso, sentiamo il vivo desiderio di esprimere al Signore la nostra gratitudine per tutto quello che in questo tempo abbiamo realizzato, grazie ai Fratelli Maristi, ai Catechisti, ai Salesiani, alle Religiose e ai Ministri straordinari della Comunione, convinti che Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare (Lc 17,10). Voglio offrire a tutti un momento di riflessione su quello che il Signore ci chiama a realizzare per il bene di tutti. Certamente è importante una verifica sul cammino realizzato, ma solo se fatta nella prospettiva di un cammino da proseguire. A questo proposito vi propongo solo alcune riflessioni che, alla luce dell’esperienza vissuta in questo anno, vorrei che ispirassero la prossima tappa del nostro cammino. Prima di tutto uno sguardo alla comunità nel suo insieme. Dobbiamo lavorare ancora molto perché tutti, indistintamente, avvertano l’affetto e la responsabilità verso la comunità. Questo implica prima di tutto i rapporti tra le persone, ma sappiamo che si tratta di un’esperienza tanto bella quanto difficile. Il primo passo da fare mi sembra sia quello di imparare a saper leggere il cuore e a non fermare il proprio sguardo sulle apparenze, infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore (1Sam 16, 7). Dobbiamo imparare a credere nella bontà delle persone anche dietro la corteccia di modi o parole che dicono il contrario. La serenità di una comunità può nascere solo dalla limpidezza dei nostri rapporti. Ciascuno di noi, nel momento in cui viene chiamato ad offrire il proprio servizio, deve avere ben chiara la consapevolezza che, anche se chiamato concretamente dal Parroco, è chiamato da tutta la comunità al servizio della stessa. Solo questa consapevolezza può allontanare almeno due tentazioni: quella del protagonismo e quella del patronato. La prima è la tentazione di chi pensa che essere investiti di una responsabilità sia una sorta di promozione per le proprie capacità o qualità. La seconda è la tentazione di chi intende l’ambito del suo servizio, e a volte anche le persone, come una proprietà che nessuno deve invadere. Vale la pena ricordare che l’umiltà e la disponibilità, prima ancora di essere delle virtù cristiane, sono capacità umane che ci permettono di vivere sereni e di far vivere sereni anche gli altri come ci ricorda Papa Francesco. Dobbiamo interrogarci anche sul rapporto tra i vari gruppi o le varie esperienze all’interno della Parrocchia. L’impressione è quella di una Parrocchia divisa in settori autonomi, con una struttura propria e persone di riferimento, che svolgono anche bene il proprio servizio, ma che trovano difficoltà a comunicare tra di loro. Da diversi anni si parla della necessità di passare da una fede ereditata ad una fede proposta. La percezione è quella di una Parrocchia che, pian piano, si rassegna a diventare sterile, senza alcun desiderio di partorire altri alla fede. In una cultura come la nostra, sembra che la Parrocchia abbia ragione di esistere solo perché utile a garantire un certo rapporto con il sacro, ma soprattutto perché utile a riempire quei vuoti lasciati dalle Istituzioni riguardo ai bisogni delle persone. Interroghiamoci su come si svolge la vita pastorale della nostra Parrocchia e il rapporto con coloro che si rivolgono a noi solo per chiedere i sacramenti. L’impressone è quella di due comunità parallele: quelli di dentro hanno una struttura ormai ben consolidata, fatta di appuntamenti irrinunciabili, tra celebrazioni e catechesi; quelli di fuori non hanno altra premura se non quella di chiedere e ricevere i sacramenti, possibilmente senza particolari impegni. Si potrebbe dire che può essere anche superfluo programmare un nuovo anno pastorale, perché sappiamo già cosa fare. Ma, se il già fatto offre delle garanzie perché non rischia imprevisti, allo stesso tempo, non solo rende sterile la comunità, ma presenta anche delle ambiguità. Quelli di dentro rischiano di vivere la Parrocchia come una sorta di associazione nella quale gli iscritti possono vantare dei diritti; quelli di fuori rischiano di trasformare la stessa in un servizio sociale al quale rivolgersi per alcune necessità. Allo stesso tempo, le stesse persone che frequentano abitualmente la Parrocchia sembrano legate solo a quello che la tradizione ha ormai consolidato come appuntamenti, ma trova fatica ad assicurare un’assidua e convinta presenza ad altri momenti proposti alla comunità. Non possiamo dimenticare che, alcuni appuntamenti di carattere culturale, o celebrazioni fuori dal consueto, hanno visto scarsa partecipazione, a partire dagli stessi fedeli della Parrocchia. Vorrei utilizzare termini più appropriati per quanto riguarda l’esperienza del Catechismo e del Cammino di fede. Gli antichi dicevano che nomen est omen, nel nome troviamo il significato di ciò che chiamiamo. Dobbiamo, quindi, cominciare a parlare di Iniziazione cristiana. Il termine Iniziazione significa condurre qualcuno, attraverso dei riti, a diventare parte integrante di una nuova comunità. Ciò presuppone, da parte di chi è iniziato il desiderio di far parte della nuova comunità. Nel suo significato cristiano significa, sia il desiderio di diventare cristiano, sia quello di far parte della comunità dei cristiani. La nostra esperienza pastorale, a questo proposito presenta già due limiti: prima di tutto non è il desiderio di diventare cristiani a motivare chi chiede i sacramenti perché si presume già di esserlo; pertanto quello che si chiede è solo un rito motivato dalla cultura nella quale viviamo. L’altro limite è quello di vivere i sacramenti solo come fatto personale e familiare, senza alcun riferimento alla comunità della quale si entra a far parte. Nasce la domanda: dobbiamo continuare ad assecondare le persone perché tanto, il buon senso suggerisce che vale la pena sprecare tempo ed energie? Oppure abbiamo la responsabilità di aiutare a comprendere che i sacramenti non danno la fede, ma la esprimono? Inutile ricordare che si tratta di una responsabilità che abbiamo prima di tutto nei confronti di Dio. Quest’anno dobbiamo prendere atto che tanti bambini hanno frequentato il Catechismo e il Cammino di fede assicuravano la loro presenza alla Celebrazione domenicale. Inoltre, su tanti bambini che hanno ricevuto la Prima Comunione, molti hanno continuato a partecipare alla Messa nelle Domeniche successive. Se poi affrontiamo il sacramento della Cresima il problema diventa ancora più serio. E’ chiaro che tradurre in concreto una simile preoccupazione non è cosa facile, ma è arrivato il momento di sentire viva questa preoccupazione. Cosa dobbiamo fare? Almeno una cosa è chiara: sappiamo da dove cominciare. Dobbiamo cominciare dalle famiglie, dando loro priorità assoluta su tutto il resto. E’ un lavoro che non solo chiede più tempo, ma chiede anche l’impegno di tutta la comunità parrocchiale e non solo dei catechisti o dei Sacerdoti. Credo che sia necessario rivolgere particolare attenzione ai nostri ragazzi e giovanissimi affinché sentano vivo il senso dell’appartenenza alla comunità cristiana di cui sono parte integrante. Per quanto riguarda i giovani, se da una parte abbiamo vissuto in questo anno una serena e piacevole esperienza, dobbiamo allo stesso tempo riconoscere che la Parrocchia non ha ancora investito energie sufficienti per stimolare l’ingresso di nuove presenze. Non possiamo rassegnarci a questa situazione. La presenza dei giovani in Parrocchia assume un valore importantissimo per un duplice motivo: i giovani hanno bisogno di trovare un riferimento nella comunità, ma anche la comunità ha bisogno di vedere in loro il proprio futuro. E’ importante che la vita stessa della Parrocchia diventi uno stimolo ad entrarvi. Uno stimolo che non è assolutamente affidato alle tante cose che possiamo fare, quanto all’esperienza umana che essa fa vivere a chi vi appartiene. La gente ha bisogno di un luogo dove sperimentare la bellezza della vita, ed essa la si esprime soprattutto nella serenità dei rapporti tra le persone e nella capacità di saper accogliere tutti. Ma c’è un momento e un luogo privilegiati nel quale la Chiesa rivela ciò che è: il momento della preghiera liturgica. Le nostre liturgie sono per molte persone l’unica occasione per incontrare la propria Parrocchia e soprattutto per incontrare il Signore. Alla luce di queste riflessioni, nessuno deve sentirsi scoraggiato. Al contrario, ciascuno deve sentirsi personalmente sollecitato a dare il proprio impegno con sincera responsabilità. Ma questo potrà farlo solo chi sente di appartenere non ad una istituzione, ma ad una comunità concreta. Solo quando amiamo veramente siamo capaci di dare il meglio di noi stessi. E’ quello che la nostra Parrocchia chiede a ciascuno di noi: saperla amare per poterla servire”.








