Lady Florence Trevelyan “a francisa” come solevano chiamarla i taorminesi, anche se, di fatto, era una nobildonna inglese cugina della grande Regina Vittoria, ma all’epoca, tutti i forestieri “erano considerati francesi a prescindere dalla loro nazionalità” nel piccolo borgo siciliano, è stata una delle prime viaggiatrici dell’Ottocento. La sua storia, tra realtà documentata e frutto di una fervida fantasia, è raccontata da Cinzia Aloisi che con “Florence Trevelyan, dalle rigide convenzioni vittoriane alla moderna Taormina dell’Ottocento”, è giunta al suo secondo romanzo. Il ritratto della Trevelyan, dell’età vittoriana, di Taormina e dei suoi abitanti alla fine dell’Ottocento è minuzioso e, anche se spesso l’autrice si è lasciata guidare dalla sua immaginazione, così fedele che ricrea la giusta atmosfera vittoriana nei capitoli dedicati alla Trevelyan a Hallington Hall nelle brughiere del Northumberland e, dopo la morte del padre, a Balmoral alla corte della Regina e quel gusto dell’antico nella descrizione dettagliata dei ricchi vestiti, delle bellissime stanze nei ricchi palazzi, del rito del tè nei pomeriggi freddi e uggiosi scozzesi ma anche ci riporta in una Taormina ancora rurale, incontaminata dal cemento, incantevole meta e seconda patria per molti artisti europei. Accanto alla “generosa, amante della natura e degli animali Florence, l’Aloisi delinea un personaggio del tutto inventato, Costanza, una timida e povera ragazzina taorminese con un occhio strabico che la rende assai infelice. Le due di età, rango, istruzione profondamente diversa diventano inseparabili in tal modo che Florence insegnò a Costanza a leggere, scrivere, contare, parlare in inglese e francese, comportarsi da nobildonna e una volta sposata con il medico condotto, Salvatore Cacciola, la prese come “figlia”in casa; a sua volta, Costanza le fu devota per tutta la vita, condividendo con lei l’amore per la natura, in particolar modo, per il giardinaggio. Due donne, due storie, due vite, che s’incontrano, si completano in un periodo storico dove il ruolo della donna era relegato a quello di moglie e madre, eppure entrambe, ognuno a suo modo, portano avanti con caparbietà i loro desideri a tal punto da non essere accettate dalla loro famiglia: Lady Catherine Forster, madre di Florence, non le perdonerà mai di non essersi sposata e aver preferito la libertà alle convenzioni puritane dell’epoca, la Regina Vittoria nel 1879 la invita a lasciare l’Inghilterra e a intraprendere un lungo viaggio che la porterà, insieme alla cugina Louise Harrier Percival, in tutta Europa e poi in Australia, in India, in Africa per approdare infine a Taormina, per allontanarla dalla sua corte, accusata sembra di aver una relazione con il suo primogenito Edoardo VII; anche Costanza per il suo spirito ribelle, l’occhio “guercio” la sua devozione alla forestiera, non era ben accettata dalla sua famiglia tanto da preferire vivere per lunghi periodi a casa dei nonni in campagna. Un’infanzia di solitudine e dolore che entrambe superarono insieme sradicando erbacce, sistemando aiuole, ricominciando a piantare nuovi fiori, nuove piante, accompagnate dai loro fedeli cani, dal signor Cacciola e dagli amici George e Claude. Un romanzo piacevole e di trasporto nel suo genere, uno squarcio di una Taormina passata che fa parte della nostra storia.
Milena Privitera








