Gli oggetti materiali della nostra vita non sono cose morte ma sono vive a tal punto che ci sentono, ci guardano e parlano tra di loro. Insomma, come diceva Giordano Bruno hanno un’anima, un’energia. Da qui parte l’autrice messinese Sonia Consolo Giaccotto nel suo romanzo d’esordio “L’ombrello” (Rupe Mutevole, 2012). La scrittrice siciliana si è calata nei panni di un ombrello, Marcello, e gli ha dato una voce. Marcello si racconta e ci racconta: la nascita, l’adolescenza, la maturità, la trasformazione, come il noto burattino collodiano, in essere umano. Lui, l’ombrello più bello e costoso, fa mostra di sé in un grande magazzino sino a quando viene comprato da Sandra, donna dinamica e generosa che lo presta a una cara amica in una sera di pioggia. Questa in maniera avventata, la stessa sera, lo lascia fuori della porta del ristorante, dove si reca a cenare. Marcello viene salvato da Laura che passa di lì per caso e a lei all’università il giorno dopo viene sottratto da Arianna, la quale lo cede volentieri alla madre. Grazie ad Alba, insegnante al conservatorio Marcello scopre la bellezza della musica. Ed è la musica che lo ripaga da tutti gli abbandoni, le intemperie che deve affrontare, le paure di rompersi e di essere gettato via. Alba però un giorno di pioggia è costretta a cederlo a una sua cara amica, Ada, che lavora in banca e ha un rapporto conflittuale con la figlia. Per Marcello la vita con Ada non è facile, lei ci tiene a lui, ma ahimè è sbadata. Il povero ombrello sarà così dimenticato nell’anticamera del medico di famiglia e nel porta ombrello della parrucchiera più volte. Dopo molto pellegrinare Marcello ritorna in possesso di Alba. Il loro è un vero amore. Il punto di vista di Marcello è si quello di un ombrello, ma un ombrello impegnato in una lotta quotidiana per la sopravvivenza, in questo senso proprio come ognuno di noi. Lui capisce, parla, guarda, soffre, spera, si emoziona, s’innamora, viene abbandonato, cercato e ritrovato. La bellezza di questo romanzo breve è che si legge tutto d’un fiato, la narrazione, favorita da un linguaggio semplice e scorrevole, ti colpisce. Quando chiudi il libro, non puoi non dare ragione all’autrice “ un oggetto è un’estensione dell’essere umano” è quindi ha un’anima. Allora, quando ci liberiamo di quelli che consideriamo oggetti inutili, vecchi, fuori moda, con tanta leggerezza, solo per il gusto smodato di comprarne altri, dovremmo forse ricordarci che essi rappresentano stralci del nostro vissuto.
Milena Privitera




