Il confronto tra l’Islam e il Cristianesimo è al centro del romanzo autobiografico di Stephanie Saldaňa: “La sposa di Damasco”. Il confronto è semplice, diretto, quotidiano tra la protagonista – autrice stessa – che trascorre un anno a Damasco per imparare l’arabo e i musulmani: i venditori di strada, i tassisti della capitale siriana, le donne della scuola coranica. Stephanie, ventisettenne americana, vince una borsa di studio della Fondazione Fulbright, lascia il Texas dopo una delusione d’amore, si trasferisce in Siria, a Damasco, e comincia il suo cammino di conoscenza della fede e di se stessa. Dopo pochi mesi dal suo arrivo però – siamo nel 2004 – gli Stati Uniti invadono l’Iraq, la capitale siriana è inondata di rifugiati, l’atmosfera in città è tesa ma Stephanie non ha paura, non fugge, affascinata dalla cultura islamica, giorno dopo giorno, ne scopre tutti gli aspetti sino a decidere, ormai conosce bene l’arabo, di imparare le sure del Corano, ad aiutarla sarà una sceicca. L’autrice ha la capacità di descrivere luoghi e personaggi in modo così vivido da farci respirare gli odori forti delle spezie orientali nelle stradine del souk, farci sentire i muezzin che intonano i loro canti dai minareti, farci gustare il classico caffè turco o thé (chai) caldo insaporito da foglie di menta, farci vedere famiglie intere, nugoli di bambini che rendono omaggio alla tomba di Giovanni Battista, venerato nell’Islam come saggio profeta, farci infine toccare con mano i muri tappezzati dalle gigantografie del Presidente Bashar al Assad. L’autrice ci parla di un popolo gentile, coraggioso, nobile nella determinazione collettiva di rimanere vivo, di avere la pazienza di credere che il cambiamento possa avvenire gradualmente dall’interno (i fatti degli ultimi mesi danno ragione). “La sposa di Damasco” non fornisce solo un quadro attento della vita damascena, ma racconta anche la storia di una donna alla ricerca di se stessa. Ed è per questo che Stephanie ci porta nel deserto vicino a Damasco, su una montagna in cui si erge il Monastero di Mar Musa, dove vive una comunità fondata da Padre Paolo Dall’Oglio, un gesuita romano. Stephanie si riavvicina così alla sua fede cattolica, la riscopre, riapre il Vangelo, lo legge, “lo cala nel reale” ed è proprio questo che la spinge a entrare lentamente verso il mondo dell’Islam, attraverso lo studio del Corano. “Leggo la sura più volte finchè comincio a impararla a memoria. Studio ogni parola, a cominciare da quei misteriosi termini arabi iniziali, Kâf, Hâ’, Ya’, ‘Aîn, Sâd, una lettera dopo l’altra come colpi di qualcuno che bussa a una porta implorando di aprire. Mi sembra tutto così familiare. Potrei quasi pensare di essere nata con questa storia scritta dentro di me e della quale sto soltanto aspettando di comprendere le parole”. Adamo, Maria e Gesù come sono presentati nel Corano accompagnano gli ultimi mesi di Stephanie a Damasco mentre insegna l’inglese alle studentesse della moschea, imparando tanto anche da loro. Importante nella storia di un anno della vita di Stephanie, trascorso alla scoperta di sé, di Dio e del mondo è l’amore per Frédéric, un ragazzo francese che sta seguendo il suo noviziato al Monastero, storia che non toglie niente a livello di spiritualità trasmesso dal romanzo anzi ne esalta la profonda umanità. “La sposa di Damasco” è un inno all’affermazione di una cultura del dialogo, della tolleranza e della pacifica convivenza tra Mondo Occidentale e Mondo Orientale.
Milena Privitera




