“Storia della mia gente” di Edoardo Nesi, Premio Strega 2011, è un romanzo-saggio che narra in maniera dura un pezzo di storia del nostro Paese nel nostro tempo. Nesi ci parla di un imprenditore tessile di Prato, destinato a continuare l’impresa di famiglia ma, che agli inizi del 1990 si trova a fare i conti con la globalizzazione, che lo costringe, suo malgrado, nel 2004 a vendere la ditta. L’autore-protagonista – chiari i riferimenti autobiografici – denuncia amaramente, ma a volte anche ironicamente, la politica industriale ed economica fatta dai governi italiani, che non hanno mai tutelato il Made in Italy, abbandonando a se stesse alcune delle più importanti fabbriche di tessitura della nota cittadina toscana. L’autore analizza e sviscera le ragioni della più grande crisi economica-finanziaria che ha colpito l’Italia nei tempi recenti, facendo sparire la figura di piccoli imprenditori e artigiani e mettendo a loro posto mezze figure d’economisti ispirati solo dal puro guadagno speculativo. E’ la storia di un capitalismo familiare, tipico dell’Italia degli Anni ’60 e ’70, che aveva una sua moralità ed era capace di trasformare “gli stracci in buoni tessuti”. Il lavoro scelto, forse è meglio dire ereditato, da Nesi era caratterizzato da grande impegno, serietà e rispetto per i dipendenti. Ora invece la sua ditta pullula di cinesi che vivono e lavorano in un ambiente sporco e degradato, fuggiti dall’Oriente, sono ridotti in schiavitù nel nostro civilissimo occidente, tagliano e cuciono manufatti a prezzi stracciati, senza alcun tipo di sostegno sociale, (pensione, malattia, contributi). Un intero capitolo del libro infatti è dedicato alla visita della polizia al capannone, che ospitava la fabbrica di lanificio T.O. Nesi & Figli S.p. A., pagine che fanno riflettere su un’illegalità diffusa fatta di lavoro nero, di evasione fiscale, di schiavitù e come l’autore, disperati ci chiediamo se in questi nostri dubbi” non si annidi il germe strisciante dell’intolleranza e del razzismo?” o se invece qualcosa deve essere fatta, in nome della giustizia sociale e ripristinare “quel tesoro di valori che s’incarna nella nostra Costituzione”. Il romanzo-saggio di Nesi ci parla anche di un uomo che ama la letteratura a tal punto da diventare egli stesso scrittore, che ha una sensibilità e conoscenza cinematografica non indifferente, che ha nostalgia di un’Italia “felice”, che consentiva ai figli della ricca borghesia di studiare all’estero e di trascorrere le giornate estive a Forte dei Marmi e le serate estive alla mitica Capannina con gli amici. Lo scrittore-ex imprenditore chiude il suo personale pamphlet con una grande speranza, ci descrive una grande manifestazione, a cui partecipano imprenditori, operai, tessitori, gente comune, e tutti insieme portano un enorme striscione realizzato con quei tessuti che stanno determinando la fine di tante, troppe piccole imprese, pensando al futuro: “Prato non deve chiudere”.
Milena Privitera




