“Adesso sono felice, smodatamente, spudoratamente felice. Ed è una gioia raccontarla questa mia felicità”. Ed è così. La incontri alla presentazione del suo libro e alla consegna di un premio prestigioso come il “Tao Awards 2014 – Premio Danza” nell’ambito delle iniziative di TaoModa e la vedi minuta, con una cascata di riccioli biondi, che ti sorride, serena, straordinaria ballerina, affermata pittrice e adesso scrittrice. “Cosa ti manca per essere felice?”, Simona Atzori si racconta in un libro autobiografico pieno di aneddoti ironici e di ricordi della sua infanzia e adolescenza ma anche ricco di tante riflessioni profonde. Ci sono narrati i giorni da bambina quando essere senza braccia, le era fatto notare persino dalla madre superiora dell’asilo e lei, aiutata da due genitori amorevoli, a quell’istitutrice la risposta l’ha data sin da subito disegnando e mangiando con quelli che, ora come allora, sono le sue mani, i suoi piedi. C’è la scoperta della sua fobia la “Koumpounophobia, paura dei bottoni”. La presa di coscienza, cioè, che la paura di quella scatola di latta piena di bottoni di tutti i colori, forme e dimensioni usati come esercizio per imparare a usare le mani, protesi che ha portato per un periodo, era il rifiuto delle protesi stesse, il non voler avere addosso qualcosa che non le apparteneva. Simona Atzori ci parla della scoperta del suo corpo, dei propri atteggiamenti e dell’amore per Andrea che sin dal giorno che l’ha conosciuto ha capito che avrebbe fatto parte della sua vita. I capitoli più emozionanti sono i primi dove ci sono descritti la passione per la danza, il sacrificio affrontato e premiato dalla complicità di una sua cara amica danzatrice, Eleonora, che l’ha aiutata nel suo percorso e l’ha spinta a continuare a studiare fino a sostenerla nel suo debutto a Parigi. Ci sono le paure, il dolore, le emozioni della sua vita affrontata con dignità e coraggio in una ricerca quotidiana di quella felicità che ha raggiunto il suo massimo nel 2000 quando ha danzato per Giovanni Paolo II o alla Cerimonia di apertura della Paraolimpiade di Torino nel 2006. C’è in questo libro, inno alla vita, la consapevolezza che come ha scritto Candido Cannavò, grande giornalista, suo amico, regalandole un romanzo “le sue braccia sono rimaste in cielo, ma nessuno per questo ha fatto tragedie”. Tante le immagini toccanti presenti in questo romanzo: lei neonata in braccio a papà; i suoi primi passi da ballerina; il rifiuto delle protesi, “Quella con le braccia non ero io. Io sono quella che non indossa né braccia né bottoni”; le ore trascorse in sala prove. Tutto descritto semplicemente, con normalità, perché come dice lei nel prologo e afferma in ogni intervista: “Non importa se hai le braccia o non le hai, se sei lunghissimo o alto un metro e un tappo, se sei bianco, nero, giallo o verde, se ci vedi o sei cieco o hai gli occhiali spessi così, se sei fragile o una roccia, se sei biondo o hai i capelli viola o il naso storto, se sei immobilizzato a terra o guardi il mondo dalle profondità più inesplorate del cielo. La diversità è ovunque, è l’unica cosa che ci accomuna tutti”. Ecco come si superano le paure: “Se avessi avuto paura sarei andata all’indietro, invece che avanti. Se mi fossi preoccupata mi sarei bloccata, non mi sarei buttata, avrei immaginato foschi scenari e mi sarei ritirata”. Lei invece ha accolto la vita con attenzione, con amore, proprio come lei stessa è stata accolta sin dalla nascita dai suoi genitori, come lei stessa ha accolto la sua diversità e la scomparsa della sua mamma alla vigilia di Natale nel 2013.
Milena Privitera




